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Not yet, not anymore: tre fragranze tra distanza, equilibrio e trasformazione

18 mag 20263 min di lettura

Nel modo in cui oggi si raccontano le fragranze, l’approccio tende spesso a muoversi tra descrizione tecnica e narrazione evocativa. In questo caso, il punto di partenza è diverso: uno sguardo personale e interpretativo, guidato da sensazioni ed associazioni che dialogano con la sensibilità della cultura asiatica: modi di osservare, di abitare lo spazio, di attribuire valore a ciò che non è immediatamente visibile.

Tre profumi, tre stati percettivi distinti. Non raccontano storie lineari né luoghi definiti, ma momenti sospesi: ciò che si intravede, ciò che permane, ciò che si trasforma nel passaggio. 

Cin Fan 

Non c’è un punto preciso in cui le cose iniziano o finiscono. Tutto sembra già presente, in una forma che non ha bisogno di definirsi.

Una superficie regolare, che da vicino rivela piccole deviazioni. Nulla si rompe davvero, ma nulla resta identico a sé stesso. È in queste variazioni minime che la forma continua a esistere, senza mai irrigidirsi.

È lo stesso equilibrio che attraversa il wabi-sabi: non l’imperfezione come difetto, ma come movimento naturale delle cose.

Cin Fan si percepisce così. Non si impone: è già nell’aria, come una presenza diffusa.
L’apertura è luminosa ma trattenuta: una freschezza agrumata attraversata dal neroli, che non scalda davvero. È una luce fredda, sottile, come un sole che non basta ancora a cambiare stagione.

Poi emergono i fiori, ma restano leggeri, mai pieni. Trasparenti, leggermente distanti, come sospesi nella stessa aria che li contiene. Non costruiscono un centro: si muovono per sfumature, mantenendo sempre una distanza.

È qui che il profumo trova il suo equilibrio: in una forma che non diventa mai definitiva. Una presenza continua, ma mai pienamente risolta. Cin Fan è questo: una natura ordinata in un equilibrio instabile, per sua stessa natura.

Non c’è un punto di arrivo, solo qualcosa che continua a trasformarsi con lentezza, senza smettere di essere presente.

Oltre 

Oltre. Non è ciò che vedi a trattenere lo sguardo, ma ciò che resta tra una cosa e l’altra.
Uno spazio minimo, quasi invisibile, dove il contatto sembra possibile ma non avviene mai davvero.

È lì che lo sguardo si ferma. In quello scarto che tiene insieme l’immagine: in quello spazio minimo, quasi invisibile, dove il significato non sta negli elementi in sé, ma nello spazio che li separa.

Un vuoto attivo, vicino al yohaku: non assenza, ma spazio che rende percepibile ciò che lo circonda.

Oltre si muove in questo intervallo. È il profumo di ciò che resta.

Le prime note sono nette, quasi metalliche, come il suono delle chiavi tra le dita, qualcosa che appartiene ancora a ciò che stai lasciando. Poi affiora una morbidezza più intima: la violetta, la lavanda, una memoria di cosmetici, che non rompe la distanza, ma la rende un futuro abitabile. 

Le note non si fondono mai del tutto. Restano vicine, sospese tra adesione e separazione.

Non è un nuovo inizio, né un ritorno. È restare abbastanza a lungo in quello spazio da accorgersi che il cambiamento avviene lì.

Huan Yi 

C’è qualcosa dall’altra parte. Non è chiaro cosa, e forse non è necessario capirlo subito.

La superficie davanti a me non è del tutto trasparente: è fatta di piccole bolle, una trama fragile che trattiene e allo stesso tempo lascia passare. Come una forma di komorebi, ma artificiale, non luce tra le foglie, bensì visione che filtra attraverso una pelle sottile. Le immagini si spezzano, si ricompongono, non restano mai ferme abbastanza da diventare certe.

Quando Huan Yi si apre, non arriva mai in modo lineare. Il fico verde introduce una freschezza acerba, quasi nervosa, subito attraversata da una rosa più scura, umida, che perde i suoi contorni. Infine, sandalo e mate restano vicini al corpo, come una presenza che non si concede del tutto.

Ogni cosa sembra arrivare fuori tempo, in anticipo o in ritardo rispetto a ciò che riesco a cogliere. La percezione si frammenta nei pieni e nei vuoti, e proprio lì si intensifica: non vedo con chiarezza, ma sento di più.

La distanza non diminuisce, cambia solo forma. È il modo in cui alcune cose si rifiutano di diventare definitive: restano sempre un attimo prima di essere comprese, come il desiderio quando non ha ancora deciso se diventare reale.

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Chiara Polverini

L'Autore

Chiara Polverini nasce su un’isola lunga circa 300 metri e larga circa 90, dettaglio che forse spiega la sua naturale tendenza a sentirsi un po’ altrove. Nipote di un fotografo scrupoloso e figlia dei suoi genitori, cresce tra immagini ed oggetti accumulati senza un vero perché, in attesa di capire cosa farne. Ha studiato all’ISIA di Urbino, dove ha realizzato una tesi sul Trittico di Giacomo Puccini rivisitato in ASCII Art. Oggi, a sua volta, insegna grafica. La prima volta che le hanno chiesto di fare una sua biografia, si è tatuata un topo che guarda il cielo anziché il suo formaggio. Nel 2024 crea Scentcards from, un progetto in cui grafica e profumo si incontrano e dove le sue esplorazioni disperatissime - spesso alla ricerca di fragranze di nicchia anche oltreoceano - prendono forma di cartoline.